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时间:2020-05-28 05:06  编辑:南坪中心学校

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JOHANNA LINDSEY.

MI APPARTIENI.

Non è certo cosa facile riuscire a domare la

bellissima e impetuosa baronessa Alexandra.

Ne sa qualcosa quel povero uomo di suo padre, che pur di

vedere finalmente sistemata quella figlia ribelle e

anticonformista si inventa un falso contratto di matrimonio

stipulato in passato con un amico ormai defunto.

Inutile dire che per la ragazza si tratta di una vera e

propria condanna a morte, ma, si sa, un patto è sacro...

Così l'insofferente Alexandra si appresta a fidanzarsi con il

suo promesso, ben determinata a manifestare una condotta tanto sconveniente e inurbana da indurre il poveretto a rompere

l'accordo.

Ciò che l'intraprendente giovane però non sospetta è che il

suo splendido e insopportabile fidanzato, il conte Vasili, ha

deciso a sua volta di sfuggire al matrimonio adottando una

strategia pressoché analoga ed è intenzionato a fare del suo

meglio per apparire un perfetto mascalzone...

1.

Provincia ucraina, Russia, 1836.

In piedi davanti alla finestra del salotto, le mani intrecciate dietro la schiena, Constantin Rubliov scrutava in lontananza la nuvola di polvere in lento avvicinamento. Situata sulla facciata della sua abitazione, la finestra dava sulla strada che, dipanandosi tortuosa oltre la sua tenuta di campagna, conduceva al Dnieper, a est. Nelle giornate più limpide, dal primo piano della casa si riusciva a intravedere il fiume. Dall'osservatorio privilegiato del salotto, la strada, verso ovest, era visibile a perdita d'occhio ed era precisamente da lì che il nuvolone si stava avvicinando.

Se anche non avesse saputo che quel giorno era prevista una corsa di cavalli, Constantin lo avrebbe capito alla vista di tutta quella folla

assiepata su entrambi i lati della strada, appena oltre casa sua. I suoi cosacchi amavano le corse almeno tanto quanto adoravano le risse. Erano gente dura, volubile, intrepida, sempre pronta a ridere, cantare e fare a botte... nonché ferocemente leale.

Ma non erano esattamente la sua gente, per quanto lui avesse sempre pensato a loro in questi termini dato che erano associati alla sua famiglia da tempo immemorabile. Anch'essi, d'altronde, pensavano a lui e ai suoi come a persone di famiglia. Ma cosacco significava «guerriero libero»e questi cosacchi in particolare, liberi lo erano sicuramente. Da quando il suo trisavolo aveva concesso loro l'autorizzazione a stabilirsi sulle sue terre e a crescervi in pace le loro famiglie, essi avevano lavorato per i Rubliov svolgendo le mansioni più disparate: servivano in casa del barone, allevavano i suoi cavalli e scortavano lui e i suoi familiari nei loro viaggi. L'insediamento cosacco, fondato decine di anni prima, adesso era una cittadina fiorente a meno di mezzo chilometro a ovest della tenuta dei Rubliov. I Razin, che per tutti quei decenni erano stati i capi della comunitàe che avevano popolato il villaggio con gli innumerevoli rami della loro famiglia, erano diventati prosperi quanto i Rubliov.

Grazie al loro aiuto, adesso Constantin era in grado di fornire cavalli all'esercito dello zar e purosangue agli aristocratici che potevano permetterseli. I suoi raccolti di barbabietole da zucchero riempivano i mercati di Kiev e i villaggi sul Dnieper, mentre il suo frumento spuntava ottimi prezzi lungo la costa del Mar Nero. Col passare degli anni Constantin si arricchiva sempre più, soprattutto da quando aveva preso a interessarsi attivamente dei suoi cavalli e dei suoi campi. Rimasto vedovo dieci anni prima, aveva smesso di essere un proprietario assenteista al pari della maggior parte dei nobili russi. Solo la sorella continuava a far uso della residenza di città che i Rubliov possedevano a Mosca e della dimora di famiglia a San Pietroburgo.

«Questo non ti piacerà, caro.»

Constantin non guardòla donna che aveva parlato. A pochi passi di distanza, Anna Veriovka, in piedi davanti a un'altra finestra della stessa stanza, osservava la medesima scena. Anna apparteneva a quella rara categoria di donne sulle quali il tempo sembrava non aver lasciato traccia del suo passaggio. A guardarla adesso, i capelli castano scuro perfettamente in ordine e gli occhi ancora più scuri, i lineamenti delicati che ne garantivano l'eterna bellezza, nessuno avrebbe detto che aveva giàsuperato la soglia dei trentacinque anni.

Fu il suo tono, piùche le parole che aveva pronunciato, a far sìche Constantin si appoggiasse al davanzale della finestra per osservare con maggiore attenzione i cavalli in rapido avvicinamento.

Dentro di sé, sapeva bene quel che avrebbe visto. Non era la prima volta né, temeva, l'ultima. Ma per il momento tutto quel che riusciva a scorgere era quel nuvolone di polvere, che adesso quasi arrivava all'altezza della casa, con al centro la sagoma indistinta di sei purosangue affiancati sulla stradina troppo stretta. Colbacchi di pelliccia, pesanti cappotti con le falde al vento, lunghe zampe slanciate che si allungavano nello sforzo di superare il traguardo nel vicino villaggio, e il grosso cane lupo che li seguiva correndo ai margini della strada, abbaiando, incitando i cavalli ad accelerare ancora di più. E ovunque fosse quel cane...

«Vincerà Alex», disse Anna in tono compiaciuto.

«Certo che vincerà», borbottò Constantin, gli occhi fissi sul cavaliere che, in testa al gruppo, si rizzava sulla sella per poi tornare ad accovacciarsi e di nuovo, lentamente, si sollevava facendo leva sulle staffe, e che infine lanciò per aria il berretto di pelo, ridendo, imitato dai compagni.

Constantin aveva gli occhi chiusi quando aggiunse: «Vince sempre... e comunque gradirei che non la chiamassi a quel modo. Non fa che incoraggiarla a comportarsi come un maschiaccio.»

La sua amante si limitòa far schioccare la lingua, ma dopo qualche secondo l'uomo sentì i suoi seni premergli contro la schiena e le braccia circondargli la vita. «Adesso puoi anche guardare, caro. Non si èrotta l'osso del collo.»

«Sia ringraziato il cielo», mormorò lui, subito sopraffatto dalla collera, poichéla paura che aveva provato non era meno intensa di tutte le altre volte. «Questa volta sìche gliele suono di santa ragione. Giuro che lo faccio.»

Anna fece una risatina. «Dici sempre così, ma poi non lo fai mai. Senza contare che i fratelli Razin non te lo permetterebbero.»

«Allora farò in modo che sia il loro padre a farlo. Ermak fa tutto quello che gli chiedo.»

«A parte torcere un solo capello sulla testa di quel tesorino di tua figlia. Adora Alex almeno quanto te.»

Constantin sospirònel volgersi verso di lei per abbracciarla. «Anna, amore mio, quel "tesorino", come la chiami tu, ha venticinque anni suonati. È un po' troppo grande per le follie cui abbiamo appena assistito. Lo sai meglio di me. A quest'ora dovrebbe essere giàsposata e madre di una

nidiata di bambini. Le sue due sorelle non hanno avuto alcuna difficoltà in tal senso. Lydia mi ha dato cinque nipotine ed Elizaveta ha avuto tre bambine prima di rimanere vedova. Perchéètanto difficile sistemare la mia figlia minore?»

Anna pensòbene di non far cenno alla indecorosa franchezza di Alexandra, che tanto scandalo aveva suscitato inducendo lo zar Nicola a bandirla, quanto meno ufficiosamente, da San Pietroburgo. Se glielo avesse ricordato, aveva paura di scoppiare a ridere, come accadeva tutte le volte che le tornava in mente il ricevimento a palazzo Romanov, allorchéla principessa Olga si era lamentata con la ventina di ospiti seduti alla sua tavola del fatto che, per quanti sforzi facesse, non riusciva proprio a smettere di ingrassare.

Nel sentirla, Alexandra aveva candidamente suggerito, animata dalle migliori intenzioni: «Ma, signora, se la smetteste di rimpinzarvi di bignè e panna acida, riuscireste a perdere almeno un paio di chili.»

Dato che la principessa si stava ingozzando di quelle leccornie in quel preciso momento, non c'era da stupirsi che i convitati avessero preso a tossicchiare nei tovaglioli o a guardare sotto il tavolo, fingendo di cercare qualcosa che avevano inavvertitamente lasciato cadere, nel disperato tentativo di nascondere le loro risatine. Anche Anna, presente alla cena in qualitàdi chaperon di Alexandra, lo aveva trovato divertente, ma Olga Romanov non era dello stesso avviso: il giorno successivo era andata dritta dallo zar a lamentarsi dell'accaduto, implorandolo con ogni probabilità che la colpevole venisse giustiziata su due piedi. Anna considerava una fortuna che lo zar si fosse limitato a suggerire graziosamente a Constantin di riprendersi la figliola in campagna, dove la sua indomita lingua poteva offendere al massimo qualche paesano inoffensivo.

Malauguratamente Alexandra non aveva imparato nulla dal proprio errore. La sua franchezza non aveva accennato a diminuire la stagione successiva, a Mosca, né più tardi a Kharkov e tanto meno a Kiev, città piùvicina a casa. Era quindi riuscita da sola nell'impresa di rendersi indesiderata in società e più di una volta Anna aveva nutrito il sospetto che non l'avesse fatto per pura ignoranza o avventatezza. Dopo tutto Alexandra era una ragazza intelligente e, all'indomani di quella prima, disastrosa stagione in societàa San Pietroburgo, aveva ammesso di essersi innamorata di Christopher Leighton, diplomatico incontrato proprio in quella città, dichiarando che intendeva sposare lui e nessun altro. Che cosa c'era di meglio - mentre attendeva la proposta ufficiale di matrimonio da

parte dell'indolente inglese - che scoraggiare qualsiasi altro pretendente dal chiedere la sua mano? Il che era precisamente ciòche era accaduto, a prescindere dalle effettive intenzioni della giovane.

Quanto alla domanda di Constantin, Anna decise di ricordargli l'uomo che tanti anni prima aveva rubato il cuore di sua figlia. «Non pensi che forse Alexandra stia ancora aspettando quel diplomatico inglese?»

Constantin sbuffò. «Dopo sette lunghi anni? Non essere assurda.»

«Ma Christopher ha lasciato il paese solo tre anni fa», gli fece notare lei. «E Alexandra non ha piùfatto il suo nome, dal giorno in cui le ho proibito di seguirlo in Inghilterra», replicò lui.

«Non è stato allora che ti ha fatto sapere che non avrebbe mai sposato nessun altro?»

Constantin avvampòal ricordo del litigio che lo aveva opposto all'adorata figliola, uno dei peggiori che avessero mai avuto. «Non diceva sul serio. Era soltanto arrabbiata.»

Anna inarcò un sopracciglio. «Chi stai cercando di convincere? Me o te stesso? O ti èforse sfuggito che Alex ignora ostentatamente tutti i giovanotti che le porti a casa con l'intento di farglieli conoscere? Non ti sei accorto che negli ultimi tre anni non si è mai spinta più in là di Kiev e che quando ci è andata, in un'unica occasione, è stato solo per fare acquisti? E anche allora non ha fatto che accampare una scusa dopo l'altra per rimanersene chiusa in camera sua.»

In realtà, era un sollievo per Constantin sentire Anna dar voce alle proprie supposizioni, un sollievo che alleggeriva il senso di colpa con cui aveva convissuto in quell'ultima settimana. Era vero, le scuse di Alexandra erano sempre ragionevoli e suonavano sincere, ma erano pur sempre scuse.

E quando ne aveva tirata fuori un'ennesima, la settimana prima, per rifiutarsi di accompagnarlo fino a Vasilkov a trovare la sorella e le nipoti, anche lui era giunto alle conclusioni appena illustrate da Anna e si era rattristato all'idea che la figlia minore sprecasse la sua vita in sospirosa attesa di quel maledetto straniero. Sfortunatamente quella volta si era anche ubriacato e aveva fatto una cosa che, da sobrio, non si sarebbe mai sognato di fare.

Anna avvertì il corpo dell'uomo irrigidirsi contro il suo, vide il rossore imporporargli le guance e notòcome gli occhi blu notte di Constantin evitassero di incrociare i suoi. Lo conosceva bene. Erano rimasti vedovi a distanza di un anno l'uno dall'altra. Prima di allora le due coppie erano state legate da profondi vincoli di amicizia. Constantin e lei avevano poi

coltivato quell'amicizia che. otto anni prima, era diventata ancora piùintima. Lo amava sinceramente, anche se si era sempre rifiutata di abbandonare l'indipendenza garantitale dallo stato vedovile. D'altronde sposarlo non era affatto necessario, dato che abitava sotto il suo stesso tetto in qualitàdi governante e in effetti di padrona di casa, nonchédi accompagnatrice-chaperon della figlia minore di lui, ogniqualvolta tale funzione si rendesse necessaria, il che, ultimamente, accadeva di rado.

In quel momento Constantin trasudava letteralmente vergogna e, con la stessa audacia che avrebbe caratterizzato Alexandra, Anna gli chiese: «Constantin Rubliov, che cosa hai combinato?»

Senza rispondere, lui si sciolse dal suo abbraccio dirigendosi verso la credenza di mogano che custodiva svariate caraffe di cristallo colme dei suoi liquori preferiti. Anna lo raggiunse mentre l'uomo riempiva di vodka fino all'orlo uno dei bicchieri più grandi portandoselo immediatamente alle labbra.

«È una cosa tanto grave?» insistette lei con dolcezza, per poi proseguire, quando lui assentì brevemente. «Allora forse potresti versarne un bicchiere anche a me.»

«No», fece lui, posando il bicchiere ma continuando a tenerlo in mano. Lo aveva vuotato per metà. «Altrimenti è probabile che mi getteresti la vodka in faccia, poi mi tireresti il bicchiere in testa e alla fine mi inseguiresti con tutta la caraffa.»

Se i Rubliov potevano essere geneticamente inclini a quel genere di tempestosa reazione, lei non lo era affatto. Peròadesso cominciava seriamente a preoccuparsi. «Raccontami tutto.»

Lui continuava a evitare il suo sguardo. «Ho trovato un marito per Alexandra.»

Questo la fece esitare perché non era affatto una novità: negli ultimi sette anni Constantin non aveva fatto praticamente altro. Ma allora da dove nasceva l'imbarazzo che manifestava in quel momento?

«Un marito?» ripeté cauta. «Ma Alex si limiterà a rifiutarlo, come ha giàfatto con tutti gli altri che le hai proposto.» L'uomo scosse lentamente il capo. «Non può rifiutarlo? E come mai...?» S'interruppe a metà della frase e rise. «Non dirmi che sei ancora convinto di poter insistere in tal senso. Suvvia, tesoro, lo sai che con tua figlia non serve a niente. È più testarda di te, se ancora non l'avessi notato. Finiresti col farle una sfuriata terribile per poi arrenderti alla sua volontà, come hai sempre fatto.»

Constantin aveva ripreso a scuotere il capo, l'aria sempre più sconsolata, lo sguardo ancora sfuggente. Anche il rossore non lo aveva abbandonato. Stava letteralmente sguazzando nel senso di colpa.

Sempre più preoccupata, Anna ripeté la sua domanda: «Insomma, si puòsapere che cosa hai fatto?»

L'uomo aveva abbassato il capo contro il petto, al punto che le riuscìdifficile distinguere le sue parole: «Non le ho lasciato alcuna scelta.»

A quella risposta Anna agitò la mano con gesto impaziente. «C'è sempre la possibilità di scegliere...»

«Non quando si è tirato in ballo l'onore della famiglia, la sola cosa che Alexandra rispetti... o per lo meno lei penseràche sia una questione d'onore.»

«Che intendi dire?»

«Che ho sacrificato il mio onore, la mia integrità, i miei principi, l'etica e l'onestà...»

«Mi vuoi dire che cosa hai fatto, sì o no?»

Anna non alzava mai la voce; era l'epitome di quanto c'era di più schivo e garbato. Anche quando era arrabbiata esponeva con calma le proprie ragioni, col risultato che l'antagonista di turno si sentiva un mostro al suo confronto. Il fatto che adesso stesse urlando riportòsu di lei l'attenzione del barone, non per la sorpresa ma per la paura: correva seriamente il rischio di perderla quando le avesse confessato com'era caduto in basso nel tentativo di soddisfare il desiderio di offrire alla figlia minore la stessa felicitàe lo stesso appagamento che le sorelle avevano trovato nel matrimonio.

Constantin aveva un'aria così abbattuta, così disperatamente colpevole e depressa che Anna si lasciòsfuggire un gridolino e corse a gettargli le braccia al collo. «Non puòessere una cosa tanto terribile», gli sussurròall'orecchio, impresa non priva di difficoltàdato che lui la sovrastava di quindici centimetri buoni. «Su, raccontami tutto.»

«Ho combinato un fidanzamento.»

«Un fidanzamento?»

Non era poi tutta questa tragedia, si scoprì a pensare Anna, rilasciandosi contro il barone e reclinando il capo all'indietro quel tanto che bastava per guardarlo in faccia.

«Grazie al cielo!» esclamò con foga. «Cominciavo a pensare che avessi ucciso qualcuno.»

L'espressione di lui rimase immutata: era abbattuto quanto prima anche se adesso, finalmente, la guardava negli occhi. •Credo che se avessi ucciso qualcuno mi sentirei esattamente allo stesso modo», le confidò.

Gli occhi della donna fiammeggiavano. Adesso aveva voglia di picchiarlo, cosa che mai, in vita sua, avrebbe pensato di poter anche lontanamente prendere in considerazione... fino a quel momento. «Maledizione, Constantin, vieni al sodo, una buona volta. O vuoi proprio farmi impazzire?»

L'uomo trasalìperchéAnna aveva di nuovo alzato la voce. Che Alexandra strillasse poteva anche ammetterlo; se lo aspettava, persino, e ogni volta poteva ribattere con eguale fervore, ma non poteva tollerarlo dalla sua piccola Anna. Anche se se lo meritava, proprio come meritava il suo disprezzo.

Alla fine disse: «Ho spedito una lettera alla contessa Maria Petroff.»

A quelle parole l'espressione di Anna si fece pensosa. «Come mai questo nome mi suona familiare?»

«Perché mi hai sentito parlare spessissimo di Simeon Petroff.»

«Ah, sì, il tuo vecchio amico, morto... quand'èstato? Tredici o quattordici anni fa?»

«Quattordici.»

Notando che Constantin non aggiungeva altro, Anna tornò ad aggrottare la fronte, seccata stavolta. Era chiaro che sarebbe stata costretta a tirargli fuori le parole di bocca a forza, una per una.

«Maria sarebbe la moglie, o meglio la vedova di Simeon. Che cosa ha a che vedere lei col fidanzamento di Alexandra? E quando lo avresti combinato, questo fidanzamento?»

«La settimana scorsa.»

Sempre piùesasperata, la donna aveva almeno sperato che Constantin rispondesse a più di una delle sue domande. «Ma la settimana scorsa eri qui», gli fece notare. «E non abbiamo ricevuto visite...»

«Il fidanzamento ècon il figlio di Simeon. Io mi sono limitato a ricordarlo a Maria, suggerendo che era giunto il momento che suo figlio venisse a prendersi la sua promessa sposa... non in questi termini, naturalmente. Sono stato molto diplomatico nell'affrontare l'argomento, anche se la sostanza era la stessa.»

Anna era incredula, piùche incredula, anzi, essendo completamente all'oscuro di tutto ciò. «Perché non hai mai fatto cenno a questa promessa di matrimonio? Suppongo che esistesse da lungo tempo, quanto meno da

prima che Simeon morisse. E poi perchéper tutti questi anni abbiamo continuato a presentare ad Alexandra possibili pretendenti nella speranza che uno potesse interessarla, quando lei era già vincolata da un contratto a questo... sarebbe un cittadino della Cardinia, giusto?»

Di nuovo, Constantin si limitò a rispondere all'ultima domanda. «Sì.»

Lei gli rivolse un sorriso. «Allora perchéquella faccia lunga, caro? Questa unione dovrebbe renderti felice.»Poi, dopo una pausa, trasse lei stessa le sue conclusioni. «Non venirmi a dire che tu stesso ti eri scordato di questa promessa fino alla settimana scorsa?»

«No, non l'avevo scordata.» L'uomo si volse a vuotare il suo bicchiere, poi tornòa riempirlo prima di aggiungere: «Non era stata nemmeno concepita.»

Anna ansimò. «Che stai dicendo?»

Non riusciva a guardarla negli occhi e dovette bere un'altra sorsata di vodka prima di dire: «Quel che ho scritto alla contessa erano per lo piùmenzogne, condite qui e là con qualche verità. Alla nascita di Alexandra, Simeon e io avevamo effettivamente discusso di un possibile fidanzamento tra i nostri figli. Questo almeno risponde a verità. Ne discutemmo a lungo. Pensavamo entrambi che fosse una splendida idea. Ma non l'abbiamo mai ufficializzata. Avevamo un sacco di tempo davanti a noi, dopo tutto. Alexandra non aveva ancora un anno e il figlio di Simeon ne aveva solo sei. Quindi... quindi adesso sai che cosa ho fatto.»

Anna esalò un sospiro. Non era poi così grave come aveva temuto e vi si poteva porre rimedio con un'altra lettera da spedirsi immediatamente.

Ma, tanto per essere sicura di aver capito l'intera faccenda, chiese: «Hai rivendicato un diritto sulla base di una promessa di matrimonio che non èmai stata fatta, e l'hai fatto perché il tuo amico è morto e non può smentirti. È questo che facevi tanta fatica a confessarmi?»

«Ero ubriaco quando l'ho fatto. È stata la notte che tu ti sei fermata in paese per assistere a quel parto. Quando ci ho pensato, mi è sembrata la soluzione ideale per Alexandra. In realtà, non ho il minimo dubbio che, se Simeon fosse stato vivo, i nostri figli si sarebbero sposati sette anni fa.»

«Può anche darsi, ma le cose sono andate diversamente, e il fatto che tu possa desiderare il contrario non basta certo a cambiare il passato. Devi scrivere subito alla contessa Petroff raccontandole la verità, prima che mandi davvero suo figlio qui da noi.»

«No.»

«No?»

«Continuo a pensare che questa sia la soluzione ideale.»

Anna lo guardò con gli occhi stretti in una fessura. «Ah, ecco perché ti senti tanto in colpa. Non hai intenzione di correggere l'errore commesso.» «Saràla mia croce per il resto della vita», replicòConstantin con la caparbietà tipica della sua famiglia. «Ma pensa, Anna, e se fossero davvero fatti l'uno per l'altra? E se una piccola bugia...»

«Piccola?» lo interruppe lei.

«Diciamo innocua, allora», insistette Constantin, proseguendo: «E se tutto ciò contribuisse a unire due persone che, in caso contrario, potrebbero non incontrarsi mai, due persone che potrebbero piacersi a tal punto da finire con l'innamorarsi?»

La donna scosse la testa. «Stai sognando. O è soltanto un pio desiderio che serve a scaricarti la coscienza?»

«Non è del tutto improbabile...»

«Con la nostra Alex?»

Il tono scettico di lei lo irritava. Lui più di chiunque altro conosceva i difetti della figlia. Ignorandoli a bella posta, sottolineòl'unica cosa in favore di Alexandra. «È bella.»

«Nessuno lo nega, caro, ma è forse servito a conquistarle una lunga fila di pretendenti? Sai meglio di me quanto sia capace di offendere più che di affascinare e di solito agli uomini non piace essere messi in imbarazzo. Èun mistero come quell'inglese abbia potuto frequentarla tanto a lungo a San Pietroburgo e continui tuttora a scriverle. Gli inglesi sono fanatici dell'etichetta, in fin dei conti.»

Constantin non gradiva che gli si ricordasse quello straniero che aveva rubato il cuore della figlia senza l'intenzione di prendersene cura. Se quell'uomo fosse stato ancora in Russia, avrebbe preso seriamente in considerazione l'ipotesi di sfidarlo a duello. Ma quel mascalzone non era più a portata di mano, ringraziando il cielo.

«Simeon era un uomo liberale, proprio come me. Ammirava la franchezza, detestava l'ipocrisia ed era tutt'altro che uno snob. Non èinverosimile pensare che il figlio ne abbia ereditato le qualità.»

«Una volta non mi hai detto che il tuo amico era anche un donnaiolo?» Figuriamoci se Anna non si ricordava di quel particolare. «Simeon non ha mai detto di nutrire un grande amore per la moglie», spiegò Constantin. «Il loro era un matrimonio combinato.»

Anna gli rivolse un'occhiata allusiva. «Il che èesattamente quello che stai cercando di imporre al suo ignaro figliolo... un matrimonio combinato.

In tutta onestà, ti aspetti veramente che il figlio sia più fedele del padre? O speri forse che Alex possa accontentarsi di una mezza fedeltà, visto e considerato quanto è possessiva con tutto ciò che le appartiene?»

Constantin diventòpaonazzo. «Maledizione, Anna, non èaffatto la stessa cosa. Quello che mi aspetto, o piuttosto quello che spero, èche questi due ragazzi trovino l'amore. Se Simeon avesse amato la moglie almeno un po', le sarebbe stato fedele. È soltanto questo che mi aspetto da suo figlio.»

«Ma il nocciolo della questione è proprio questo. Se. Stai riponendo tutte le tue speranze in un "se", quando non hai neanche mai visto questo giovanotto. E, tanto per dirla tutta, non è poi così giovane se ha circa sei anni più di Alex. Dovrebbe avere qualcosa come trentun anni, un'età alla quale è probabile che sia già sposato...»

«Non lo è.»

«E tu come lo sai?»

«Dopo aver consegnato la puledra richiesta dal duca d'Austria, Bohdan ètornato passando per la Cardinia. Sapeva che avrei gradito notizie sui Petroff.»

Lei gli concesse quel punto con una scrollata di spalle. «E va bene, non èsposato, ma non vorrai negare che è grande abbastanza per sapere quello che vuole e per prendere da solo le sue decisioni. Che cosa ti fa pensare che accetterà un fidanzamento con una perfetta sconosciuta per il solo fatto che suo padre potrebbe averlo combinato? Non è più un bambino che deve ubbidire al volere del genitore, anche se questi fosse ancora vivo. E un'altra cosa... I Petroff non si chiederanno come mai non hanno trovato copia di questo famoso contratto tra le carte di Simeon, all'indomani della sua morte?»

«Forse, ma io sono in possesso di una copia che posso esibire al conte, quando arriverà qui. Lui non oserà mettere in dubbio la firma del padre.» «E chi l'ha falsificata?»

«Non èstato difficile, con un po' di esercizio. E quanto al fatto che il conte e Alex accettino o no il fidanzamento...»Dopo una pausa, Constantin aggiunse in tono neutro: «C'è di mezzo l'onore. Per quanto io abbia malriposto il mio, loro due se ne sentiranno vincolati.»

«E se il tuo cardiniano non ne avesse?»

«È figlio di Simeon», ribatté Constantin, come se ciò bastasse a chiudere l'argomento.

Anna sospirò. Era più che evidente che, qualunque cosa potesse dire, non avrebbe fatto alcuna differenza. La maledetta cocciutaggine dei Rubliov. La possedevano tutti, ma nessuno piùdel capofamiglia... e della figlia minore. Una volta risvegliata, era incrollabile.

Per quanto Constantin fosse tormentato dal senso di colpa per quel che aveva fatto, si sarebbe aggrappato con tutte le sue forze alla ragione che lo aveva indotto a compiere quel gesto. Voleva che sua figlia trovasse la felicità.

Anna non poteva rimproverarlo per desiderare quello che tutti i genitori desiderano per i loro figli, ma la felicitàpoteva avere centinaia di definizioni. Dopo gli otto anni passati insieme e le dozzine di volte in cui lei aveva respinto le sue proposte di ufficializzare la loro unione, Constantin avrebbe dovuto capire che il matrimonio non era necessariamente l'aspirazione più grande di ogni donna.

Gli pose una mano sulla spalla, con gesto delicato, decisa a fargli capire almeno questo. «Forse non ti sei accorto che Alex non è esattamente quel che si dice una fanciulla infelice. Si gode la libertà che le offri. Le piace lavorare con i cavalli, cosa che nessun marito le consentirebbe di fare. Ha degli amici, qui. E poi ti adora... quando non litigate. Per la veritàsono convinta che anche i vostri litigi non le dispiacciano. Hai mai pensato che Alex, semplicemente, non è fatta per il matrimonio? È più probabile che lo veda come una forma di costrizione, che se ne senta soffocata, persino... a meno che non incontri un uomo che, come lei, non dia alcun peso alle convenzioni. Una rarità...»

«O uno che la ami abbastanza da concederle determinate libertà», intervenne lui, «ma che sia anche capace di negarle quelle rischiose.»

Aveva pronunciato quelle parole con tale esasperazione che Anna fu sul punto di scoppiare a ridere. «È questa una delle ragioni che ti ha spinto a fare quello che hai fatto? Credi veramente che un marito sarebbe in grado di domare la temerarietà di Alex, riuscendo dove tu stesso hai fallito?»

Questa domanda le valse un'occhiataccia. «Forse no, ma metterla incinta servirà certamente a qualcosa.»

Anna non poteva controbattere su quel punto. La maternitàavrebbe segnato un'autentica svolta nella vita di Alex. O quanto meno l'avrebbe trattenuta dal cavalcare in modo tanto spericolato. E Alexandra ci sapeva fare con i bambini. Anche se non l'aveva mai confessato apertamente, era probabile che ne desiderasse di propri. E poi era disposta a sposare

quell'inglese, anzi, per la verità, lo aveva intensamente desiderato, il che faceva supporre che non fosse per principio contraria al matrimonio.

Anna sospirò. Se non stava attenta, c'era il rischio che finisse col plaudire all'iniziativa di Constantin.

«Stiamo divagando», riprese. «Quello che stai facendo ècostringere Alex e il figlio di Simeon a un matrimonio che nessuno dei due si aspetta. È probabile che entrambi si oppongano a questa prospettiva, ma quel che ècerto è che Alex lo farà. E che cosa accadrà se non dovessero piacersi? Se sono tutti e due contrari alle nozze, non si incontreranno sotto i migliori degli auspici, non ti pare? Alex potrebbe persino finire con l'odiare il suo promesso sposo, il che non produrrebbe esattamente la vita felice che tu auspichi per il suo bene.»

«Sono tutte supposizioni, Anna.»

«Ma più verosimili di quelle che hai fatto tu.»

«La verità verrà a galla quando si incontreranno», ribatté caparbio lui.

«E se avessi ragione io?»

«Se dovesse risultare ovvio che non sono fatti l'uno per l'altra, allora èchiaro che li considereròsciolti da ogni impegno matrimoniale e mi premurerò di compensare il conte del disturbo che si sarà dato nel venire fin quaggiù.»

«Be', grazie a Dio non hai intenzione di intestardirti sino alla fine.»

Punto sul vivo dal sarcasmo della donna, Constantin si vendicò dicendo: «A essere sinceri, mi sento molto meglio adesso che hai sollevato obiezioni che non mi erano neanche passate per la mente e che sono riuscito a controbattere con successo.»

Anna stava per replicare caustica a quell'osservazione quando si udìsbattere la porta d'entrata e, un attimo dopo, Alexandra comparve sulla soglia del soggiorno. Non aveva ancora notato la loro presenza, intenta com'era a spolverarsi le maniche con l'aiuto di un altrettanto impolverato cappello di pelliccia, cospargendo il pavimento di un leggero strato di terriccio, da dove il suo scodinzolante Borzoi lo risollevava in una nuvola di polvere. Una ciocca dei lunghi capelli biondo cenere era sfuggita all'acconciatura e le ricadeva oltre le spalle, fino alla vita.

Aveva l'aspetto di un cosacco, un cosacco maschio, coi pantaloni sformati infilati negli stivaloni al ginocchio, la fusciacca rosso fuoco stretta attorno alla vita snella, la camicia non piùbianca decorata da un grazioso ricamo azzurro e il cappotto al ginocchio completato dall'ampia

gonna. Questa era la sua tenuta abituale quando cavalcava e lavorava con i cavalli. Il suo aspetto lurido e disordinato non era una novità per i familiari. «Molto, molto meglio», ribadì Constantin in un sussurro che solo Anna fu in grado di udire, riprendendo quello che aveva dichiarato pochi attimi prima. «Ed èaltamente consigliabile che ogni uomo, all'indomani delle nozze, detti fin dall'inizio le regole del matrimonio e faccia di tutto perchévengano rispettate.»

Anna manifestòla propria contrarietàstringendo i denti e tendendo le narici, ma la presenza di Alexandra le impediva di ribattere a quell'affermazione nel modo che meritava; quindi afferròil secondo bicchiere di vodka di Constantin, che conteneva ancora liquido a sufficienza per i suoi scopi, e senza la minima esitazione glielo rovesciò in testa.

Assistendo alla doccia inaspettata e alla reazione del padre che, preso in contropiede, cominciò a sputacchiare, Alexandra scoppiò a ridere deliziata. «Anna?! Tu che ti fai prendere dai nervi? Ma allora avevo ragione quando ho detto che alla lunga sarei stata un pessimo esempio per te!»

«Devo ammettere che avevi proprio ragione, cara... e sai anche dove trovare il secchio e lo spazzolone, vero?»

Abbassando lo sguardo sulla scia di polvere che aveva seminato per casa a partire dall'atrio, Alexandra sogghignava ancora quando chiese: «Prima o dopo aver fatto il bagno a Bojik?»

Figurandosi il disastro che il pastore russo avrebbe lasciato nella stanza da bagno, Anna rispose: «Non credo che faccia molta differenza.»

Con uno di quei sorrisi smaglianti capaci di far tremare le ginocchia a uomini grandi e grossi quanto armadi, se solo lei avesse saputo come utilizzarli, Alexandra si diresse a passo di carica verso la cucina con Bojik, come al solito, alle calcagna. L'accenno al secchio e allo spazzolone era del tutto superfluo. La ragazza puliva sempre alla perfezione i disastri che si lasciava dietro... lei e il suo ingombrante amico a quattro zampe. Poteva anche avere una dozzina di servitori a portata di mano, pronti a ubbidire ai suoi ordini, ma raramente ne invocava l'aiuto.

«Anna?»

Il richiamo era giunto con voce delicata anche se assomigliava molto a un grugnito... come se lei potesse dimenticare l'uomo, certamente furibondo, grondante vodka alle sue spalle. Avrebbe voluto sprofondare al pensiero di quel che aveva fatto. Mai in vita sua le era capitato di abbassarsi a un simile livello di maleducazione: non era nella sua natura.

«Ti verso un altro bicchiere di vodka?» si offrì senza voltarsi a guardarlo. Per tutta risposta le giunse uno sbuffo. «Credi che riuscirò a berlo?»

Dopo un attimo di riflessione, la donna rispose: «Probabilmente no», e uscì a sua volta dalla stanza con passo marziale.

2.

Stefan Barony, re di Cardinia, non potéfare a meno di ridere. Aveva trovato esattamente quel che si aspettava di trovare nell'accampamento degli zingari... suo cugino steso sotto un albero con un'affascinante fanciulla avvinghiata al suo corpo. Per la verità le donne erano tre, il che era fuori del comune, ma non del tutto sorprendente. Vasili ne abbracciava due e ne aveva una terza seduta alle spalle, che offriva al suo capo biondo dorato i generosi seni a mo' di guanciale.

La notte il campo toccava il culmine della frenesia: bambini nudi che facevano a botte ai piedi delle madri che danzavano, gruppi di uomini che cantavano e raccontavano storie attorno a ogni falò, mentre polli e conigli rubacchiati qua e là cuocevano in calderoni fumanti. Questa tribù nomade in particolare era specializzata nel commercio dei cavalli; c'erano poi bande che fornivano servizi di riparazione e ferramenta, mentre altre ancora offrivano esclusivamente spettacoli di intrattenimento, grazie ai loro domatori di orsi dei Carpazi, agli incantatori di serpenti, ai musici e ai ballerini.

Nella maggior parte delle tribù che transitavano per la Cardinia, tuttavia, gli zingari erano allevatori di bestiame e si spostavano portandosi appresso le enormi mandrie di vacche e bufali indiani. Tutte le tribùoffrivano comunque le loro donne a pagamento, i loro anziani guarivano con le erbe quello che i medici avevano rinunciato a curare e ovviamente avevano i loro indovini e venditori di amuleti.

«Che ti avevo detto? Lo sapevo che lo avremmo trovato qui» disse Lazar, alla destra di Stefan. «Non sa resistere alle sregolatezze.»

Alla sinistra di Stefan, Serge sbuffòprima di esprimere la propria opinione. «Èl'abbondanza di donne, quello a cui non sa resistere, e in questo gli zingari non lo deludono mai.»

Stefan non poteva controbattere quell'affermazione avendo personalmente trascorso parecchio tempo nei campi dei nomadi. Ma la cosa risaliva all'epoca in cui era gravato da poche responsabilità, in qualitàdi principe della corona di Cardinia non ancora salito al trono. Adesso non

sarebbe stato troppo dignitoso che un sovrano se la spassasse con giovani gitane e ballasse alla luce dei falò. Non che Stefan lo desiderasse più- i soli piaceri che si concedeva in quei giorni erano con la sua regina -ma, alla vista dell'accampamento, la sua mente era stata assalita da un'ondata di piacevoli ricordi.

«Immagino che voi due vogliate rimanere qui con Vasili», disse Stefan in tono divertito rivolto ai compagni che, a dispetto dei commenti sprezzanti di poco prima, condividevano con lui gli stessi allettanti ricordi. «Volete dire che non dobbiamo riportarlo in città?» chiese Lazar.

«Mia zia mi ha semplicemente chiesto di localizzare Vasili, non di consegnarglielo su due piedi. Basta che si faccia vivo da lei entro stasera.» Adesso Serge sghignazzava apertamente. «Meno male che il vecchio Max ha tolto a noi tre l'esclusiva di farvi da guardia del corpo personale, altrimenti saremmo stati costretti a riaccompagnare voi in città.»

Il «vecchio Max»era Maximilian Daneff, primo ministro di Cardinia, che era come un secondo padre per Stefan. Max aveva preso molto sul serio i propri doveri istituzionali e aveva quindi insistito affinché Stefan, ogniqualvolta lasciava il palazzo reale, fosse scortato da un intero effettivo di soldati.

I suddetti soldati lo stavano aspettando ai margini dell'accampamento per non mettere in allarme i nomadi, ma la comparsa di Stefan aveva comunque suscitato una certa agitazione, dato che era stato immediatamente riconosciuto. L'ultima volta che questa tribùaveva attraversato il paese lui non era ancora salito al trono, ma al loro arrivo gli zingari si erano certamente informati in merito a eventuali cambiamenti ai vertici dello Stato, anche per sapere se erano ancora bene accetti. L'essere costantemente bene informati garantiva loro sicurezza e prosperità.

Il bulabasha era stato avvertito e attendeva con circospezione davanti alla sua tenda, circondato da un folto gruppo di anziani, ma Stefan non aveva alcuna voglia di rimanere invischiato nel consueto rituale dei saluti e degli omaggi, che poteva prolungarsi anche per parecchie ore, non quando la sua Tanya, che aspettava il suo ritorno a palazzo, lo aveva stuzzicato con la promessa che quella notte forse avrebbe ballato per lui.

Il sovrano si volse quindi verso Serge dicendo: «Vai a parlare col loro capo e assicuralo che non si tratta di una visita ufficiale, ma solo di una faccenda privata.»E, dopo aver rivolto al bulabasha un breve cenno del capo in segno di rispettoso saluto, per metterlo a suo agio, si incamminòverso il punto in cui giaceva il cugino.

Quel semplice gesto di saluto era bastato a rassicurare l'intero accampamento, che aveva ripreso i canti e le danze. Oltre una dozzina di donne, vecchie e giovani, si raccolse immediatamente attorno a Stefan. Sarebbero state disposte a combattere, fino alla morte se necessario, per garantirsi l'opportunità di rendergli un servigio, di qualsiasi genere, poichéla generositàdel sovrano era ben nota e talmente prodigiosa che, se ne avesse beneficiato, persino una famiglia di dieci persone avrebbe potuto fare a meno di lavorare o di rubare per un anno intero.

Stefan era solo vagamente consapevole delle manovre messe in atto da Lazar per sottrarlo al fastidio di dover lanciare manciate di monete alle donne al fine di allontanarle. Era infatti affascinato dagli intrepidi sforzi prodigati dal cugino Vasili nel cercare di dividere le proprie attenzioni fra le sue spasimanti. Ed era sul punto di scoppiare a ridere perché, a quanto poteva vedere, Vasili ci stava effettivamente riuscendo, baciandone prima una e poi un'altra, mentre le mani vagavano avide su tutte e tre. Ma le donne non erano in competizione fra loro, come ci si sarebbe potuti aspettare; probabilmente erano giàstate rassicurate sul fatto che, prima dell'alba, Vasili si sarebbe occupato di ciascuna di loro, se non di tutte e tre contemporaneamente, come sembrava accadere in quel preciso momento. Ognuna di esse aveva probabilmente un marito, da qualche parte nell'accampamento, ma Vasili non correva il rischio di ricevere una coltellata alla schiena, prima della sua partenza. Concedere i propri corpi a uomini in cambio di denaro era un lavoro e una pratica comunemente accettata presso quelle popolazioni... a patto che quegli uomini non fossero zingari. Ma se una di quelle stesse giovani avesse anche soltanto guardato con voluttà uno della sua gente, il marito l'avrebbe probabilmente uccisa. Gli zingari vivevano e morivano secondo regole del tutto particolari, sul rispetto delle quali vigilava il bulabasha di ogni singola tribù.

Completamente assorbito dalle sue imprese amorose, Vasili non si era minimamente accorto del silenzio che poco prima era sceso repentino sul campo, seguito dopo qualche minuto dalla ripresa dell'abituale frastuono, né aveva nemmeno udito l'approssimarsi dei cavalli degli amici. Stefan e Lazar si limitarono quindi a sedersi a pochi passi da lui, godendosi lo spettacolo. Stefan era ancora ammaliato: non aveva mai visto il cugino dispensare le sue arti amorose, per lo meno non con tanto impegno anche se, tutte le volte che lui e i suoi tre più cari amici erano andati insieme in cerca di piaceri, Vasili era sempre stato occupato con qualche ragazza.

Ma adesso si era spinto talmente in lànelle sue manovre erotiche - in quel momento si stava strappando di dosso i vestiti in fretta e furia - da dimenticarsi che di solito faceva questo genere di cose con un po' più di intimità. O forse aveva ormai raggiunto il punto in cui non gli importava più di niente.

Solo una delle tre zingare aveva notato la presenza di un pubblico, ma non pareva curarsene, intenta com'era ad accarezzare l'ampio torace che una delle due compagne aveva appena denudato. Non era una novità: Vasili tendeva a produrre quel genere di effetto su tutto il genere femminile. Con lui, le donne dimenticavano la morale, il pudore e le inibizioni di tutta una vita. Ovunque andasse, qualunque cosa facesse, le donne se lo contendevano selvaggiamente e, una volta catturata la sua attenzione, facevano di tutto per entrare nel suo letto. Mentre gli altri uomini dovevano faticare a lungo nell'opera di seduzione, a Vasili bastava entrare in una stanza e fare un cenno. Anzi, non doveva muovere neanche un dito: bastava la sua sola presenza a far sìche le femmine presenti strisciassero automaticamente ai suoi piedi.

La sua prestanza fisica era sempre stata l'esca piùirresistibile e i suoi amici, che beneficiavano di riflesso dell'effetto prodotto da Vasili sul gentil sesso, raramente gli invidiavano tale fortuna o la sua eccezionale bellezza. Ma, per quanto al momento la cosa apparisse incredibile, Vasili non dedicava il suo tempo -per lo meno non la maggior parte di esso - al perseguimento del piacere sessuale.

Addestratissimo nelle arti militari - tutti e quattro gli amici lo erano -, aveva ricevuto numerosi incarichi ufficiali all'indomani dell'incoronazione di Stefan. Ma quello che prendeva con maggior serietà era far parte della guardia reale, la guardia personale di Stefan, e quella sera non sarebbe stato al campo dei nomadi se avesse saputo che il suo re doveva lasciare il palazzo. Prima di curare i propri interessi personali, Vasili si assicurava sempre che i suoi servigi non si rendessero necessari.

Al momento c'erano tre giovani donne, giunte a tre diversi stadi di eccitazione, pronte per essere soddisfatte. Per il bene del quieto vivere generale - Lazar non avrebbe saputo trattenersi dal prendere in giro Vasili per l'improvvisa impudicizia dimostrata, e i due sarebbero venuti alle mani prima di riderci sopra insieme -, Stefan si schiarì la gola.

Non servì a nulla. E continuò a non sortire l'effetto desiderato quando se la schiarì una seconda volta.

A quel punto Lazar osservò ad alta voce: «Gli zingari sarebbero ricchi se avessero pensato a vendere i biglietti dello spettacolo.»

E Serge, che nel frattempo li aveva raggiunti a cavallo, aggiunse «Pare proprio che a Vasili non sarebbe spiaciuto. In ogni caso, questo èmolto meglio della nuova commedia che dalla settimana scorsa èdi scena al Centrale.»

Vasili si era finalmente rotolato su un fianco e adesso li guardava torvo, mugolando, non per l'imbarazzo ma per l'inaspettata interruzione: «Come diavolo avete fatto a scovarmi?»

«Hai detto a Fatima dove andavi», spiegò Stefan, aggiungendo poi, con un'occhiata alle tre donne che, peraltro totalmente incuranti dello stato in cui si trovavano, rimanevano avvinghiate a Vasili: «A lei non dispiace?» «Io non appartengo a Fatima piùdi quanto lei appartiene a me. Le ho restituito la libertà, che altro posso fare?»

«Trovarle marito.»

«Si mette a piangere ogni volta che glielo suggerisco.» Vasili sembrava talmente disgustato che i tre compagni scoppiarono a ridere, scettici. La concubina di cui parlavano era stata un regalo del Gran turco ed era una creatura sensuale, esperta nel soddisfare un uomo sotto ogni punto di vista. Vasili poteva anche averla liberata, ma i tre dubitavano che le avesse proposto seriamente di trovarle marito.

Per nulla infastidito dal loro sarcasmo, Vasili era però seccato come non mai dalla loro improvvisa comparsa, dato lo stato di eccitazione in cui si trovava e che, con tre paia di seni nudi premuti contro di sé, non accennava a placarsi. «Si può sapere che cosa ci fai tu qui, Stefan, e come mai non sono stato informato che stasera intendevi lasciare il palazzo?»

Stefan sorrise. «Se in questi ultimi tre giorni ti fossi preso il disturbo di ricevere il messaggero di tua madre, invece di farti negare anche quando eri in casa, lei non avrebbe sentito il bisogno di venire da me a chiedermi dove ti avevo mandato. A proposito, come hai fatto a evitare di incontrarla per tutto questo tempo?»

Vasili si passò nervosamente una mano tra i folti capelli dorati. «Non èstato facile. Immagino che tu le abbia detto che non mi avevi mandato da alcuna parte.»

«No. Le ho semplicemente detto che ti avrei trovato e che ti avrei fatto andare da lei al più presto possibile. Perché la eviti, cugino?»

«Perché ogni volta che mi manda una "convocazione ufficiale", come in questo caso, posso star tranquillo che quel che ha da dirmi non mi piacerà

affatto, garantito. O ricomincia a tormentarmi col fatto che è ora che mi sposi - l'ultima volta che l'ha fatto è stata tre mesi fa, quindi mi sa che ègiunto il momento per l'ennesimo predicozzo - oppure mi fa una sfuriata sulla mia ultima storia.»

«Che storia?» chiese Stefan, incuriosito.

«Quella che le è giunta all'orecchio, qualunque essa sia.»

Dato che al momento Vasili non aveva una sola amante in città, ma tre - oltre a Fatima, che viveva in casa con lui, e a tutte le altre donne che non facevano che gettarsi ai suoi piedi -, il fatto che fosse venuto all'accampamento nomade dava da pensare. A Vasili piaceva la varietà, come a ogni uomo - quanto meno a ogni uomo che non fosse innamorato, come era il caso di Stefan -, ma poteva giàcontare su una varietàben maggiore di quella cui ogni altro potesse aspirare.

«Perchéinvece non mi mandi da qualche parte?»suggerìd'un tratto Vasili.

Stefan rise. «Quando la zia Maria èriuscita a farmi promettere che ti avrei accompagnato personalmente da lei, se necessario? Stavolta ti toccheràproprio sorbirti predicozzi o sfuriate, amico mio. La prossima volta avvisami prima e io provvederòa mandarti per qualche mese in Austria o in Francia, anche se non ne vedo proprio l'utilità, dato che al tuo ritorno troveresti sempre tua madre qui ad aspettarti. Hai mai pensato di fare quello che ti chiede?»

«Vuoi dire sposarmi?»sbuffòVasili. «Non essere ridicolo. Una donna sola non potrebbe mai soddisfarmi.»

«E chi ti dice che saresti costretto ad accontentarti della moglie?»

Vasili replicòacido: «La tua regina probabilmente lo direbbe. Ha idee antiquate in merito alla fedeltà, se non l'hai ancora notato. Gesù, se dovessi davvero sposarmi non mi sorprenderebbe che Tanya emanasse un decreto reale in base al quale l'accesso al mio letto verrebbe vietato a tutte le donne, eccezion fatta per la mia legittima consorte.»

Serge e Lazar stavano giàridendo ancor prima che avesse finito di parlare. Per nulla divertito, Stefan chiese al cugino: «Tanya ti ha forse detto qualcosa?»

«Solo che dovrei dedicare a trovare la donna giusta almeno tanto tempo quanto ne spreco per inseguire quelle sbagliate. Per qualche misteriosa ragione, si èmessa in testa che non sono felice. Ma te lo immagini? Quando invece non potrei esserlo di più.»

«Ma è una donna innamorata», osservò Lazar. «E alle donne innamorate piace che tutti gli altri lo siano.»

«Sarà così, oppure sarà stata mia madre a lamentarsi con lei di me, come fa con chiunque sia disposto ad ascoltarla», replicòVasili. «Èuna maledizione essere figlio unico e avere una madre preoccupata per la continuazione della stirpe.»

«Prova un po' ad avere un padre di sangue reale preoccupato della stessa cosa», ribatté asciutto Stefan.

Risero tutti, ma non era stato affatto divertente, l'anno prima, quando Stefan era stato spedito in America a recuperare la sua promessa sposa. Il giovane era montato su tutte le furie e aveva visto quelle nozze come il fumo negli occhi. Ma per fortuna era stato sedotto dalla principessa a lui destinata, ed era stata una fortuna ancora maggiore che lei avesse finito col ricambiare quell'amore.

«Ho trovato», sbottò Vasili. «Perché non ordini a mia madre di risposarsi, Stefan? Questo le darebbe qualcos'altro a cui pensare, oltre che ai nipotini.»

Sorridendo, Stefan scosse la testa. «Voglio troppo bene a mia zia per ingiungerle di fare qualcosa di contrario alla sua volontà, e tu lo sai bene. Allora, che ci fai qui da solo? Non ti fai sempre accompagnare da Lazar e da Serge... per questo genere di intrattenimenti?»

Finalmente anche Vasili sorrise. «Per la verità, non avevo progettato questo genere di intrattenimento. Ero venuto qui a comprare un nuovo cavallo. Dinicu mi aveva mandato a dire che aveva un bello stallone da vendere.»

A quella notizia Lazar si rianimò, poichécondivideva con l'amico la passione per i cavalli di razza. «E l'hai comprato?»

«Non era poi così bello.»

«Ah.» Lazar annuì. «E così hai pensato bene di risarcirti per il viaggio a vuoto.»

«Esatto. Naturalmente, se vuoi unirti a me, sei il benvenuto. E lo stesso vale per Serge... ma non per te, Stefan.»

«Come se volessi accettare», sorrise Stefan.

«Non voglio correre rischi», spiegòVasili. «In questi giorni sto dalla parte della regina, adesso che si è degnata di perdonarmi.»

Stefan inarcòun sopracciglio e lo punzecchiòdicendo: «Sei proprio sicuro che l'abbia fatto? Continua a dire che sei un pavone vanitoso, sai.»

«Già», replicòpiuttosto compiaciuto Vasili. «Ma adesso lo dice con affetto, e omette di aggiungere il "somaro" che accompagnava sempre quell'epiteto.»

Stefan ridacchiò. Sua moglie non aveva mai avuto peli sulla lingua e anche adesso che era la regina di Cardinia, sempre circondata da un ampio seguito di cortigiani, non si preoccupava certo di tenere a freno la lingua. Ma la corte cominciava ad abituarsi a! suoi modi americanizzati e alla sua totale mancanza di

diplomazia.

Il pensiero della moglie gli fece tornare in mente che lei lo stava aspettando... e quello che sembrava avergli promesso. «Ma ci stiamo dimenticando di tua madre.»

«Era quel che cercavo di fare», borbottò Vasili che, facendo scivolare le braccia attorno alle due giovani zingare più vicine, aggiunse: «Sii buono, cugino. Dille che non sei riuscito a trovarmi.»

«Non arriveròa tanto, ma ti concedo due ore per presentarti al tuo vecchio domicilio. Ci penseranno Lazar e Serge a fare in modo che tu non arrivi con neanche un minuto di ritardo. Nel frattempo, divertitevi, ragazzi.»

Lazar e Serge si apprestavano giàa smontare di sella entusiasti. Ma mentre Stefan li lasciava per cavalcare fuori dell'accampamento, Vasili balzò in piedi gridandogli di aspettarlo. Quando recuperò con uno strattone la camicia da sotto un fianco ben modellato, le donne fecero per protestare a gran voce e Lazar, rendendosi conto che l'amico stava come al solito anteponendo il dovere al piacere, pensò bene di imitarle.

«Non essere ridicolo, Vasili. Stefan ha venti uomini che lo aspettano per scortarlo a palazzo.»

«Non èabbastanza», fu tutto ciòche Vasili disse una volta trovato il cappotto e gettatoselo sulle spalle.

Serge alzògli occhi al cielo. Non serviva a niente fargli notare che Stefan si sarebbe sentito offeso dal fatto che Vasili non lo riteneva in grado di badare a se stesso neanche per il breve tragitto che lo divideva dal palazzo reale. Il sovrano si sarebbe effettivamente sentito offeso, ma avrebbe anche sorriso al pensiero che il cugino aveva rinunciato a tre fanciulle tanto accondiscendenti, anche se non ce n'era alcun bisogno.

Con un sospiro, Serge fece per montare in sella, ma Vasili lo trattenne. «Ha bisogno solo di uno di noi tre. Voi due andate pure a divertirvi. Le signore sono già riscaldate al punto giusto.»

«Già, ma sei tu che ti sei occupato dell'impresa.»

«E allora ringraziatemi. Io comunque non sono più in vena. Continuo a pensare all'incontro con mia madre e alla prospettiva di una delle sue ramanzine. Se proprio insistete ad accompagnarmi, vi costringerò a subirla insieme con me.»

«In tal caso, ci vediamo domani.»

3.

La madre di Vasili non aveva l'espressione giusta quando, piùtardi quella sera, raggiunse il figlio in salotto. O per lo meno la sua espressione non era quella che il giovane aveva imparato ad associare alle sue prediche. In effetti era un'espressione cosìlieta e compiaciuta che il conte dovette chiedersi se non avesse per caso frainteso il motivo di quella convocazione. L'esperienza gli aveva insegnato che le buone notizie l'avrebbero portata personalmente alla sua porta e lui non si sarebbe certo fatto negare, come col suo messo. Dopo tutto le voleva bene e si sforzava di compiacerla ogniqualvolta era ragionevolmente possibile farlo.

Era solo per i rimbrotti e le lavate di capo che la contessa lo voleva sul suo territorio, ovvero in quella stessa casa in cui lui era cresciuto. Non aveva importanza che Vasili avesse lasciato la dimora avita da una ventina d'anni, ormai, trasferendosi dapprima a palazzo reale, in modo da essere sempre a portata di mano per i viaggi estemporanei di Stefan, e in seguito in città, in un alloggio che gli apparteneva, una volta completato il grand tour europeo che ne aveva perfezionato l'educazione. Agli occhi di sua madre, quella casa, e in particolare il suo salottino privato, potenziava in qualche modo la sua autorità. E il guaio era che aveva ragione.

La notte era ancora giovane e Vasili aveva sorpreso la contessa mentre era in procinto di recarsi a uno dei tanti ricevimenti cui era solita partecipare. Era esattamente quello che aveva sperato perchéin tal caso, dopo aver sbrigato quell'incombenza familiare, avrebbe potuto godersi il resto della serata per i fatti suoi. Si augurava anzi che il ricevimento in questione fosse importante, così, per non arrivare in ritardo, la contessa sarebbe stata costretta a stringere il colloquio col figlio. L'elegante toilette e la copiosa quantità di gioielli che indossava non costituivano un valido indizio, dato che non c'era volta in cui la contessa non si presentasse a qualsivoglia evento sociale agghindata di tutto punto.

Maria Petroff era una avvenente signora in làcon gli anni, forse piùattraente adesso che in gioventù, non essendo mai stata una bellezza. Il mento pronunciato e il naso patrizio, tratti non esattamente femminili, l'accomunavano al fratello Sandor, il passato sovrano, e la corporatura, da sempre piuttosto tozza e robusta, le conferiva adesso un aspetto che si poteva graziosamente definire matronale.

L'aver generato un figlio come Vasili era sempre stato motivo di stupore, nonchéfonte di grande orgoglio per lei. Vero era che il giovane aveva preso dal padre per quanto atteneva all'aspetto fisico; tutto quel che aveva ereditato da lei erano gli occhi dei Barony, occhi di un castano talmente chiaro da diventare dorato nei momenti di intensa emozione.

Nel caso del giovane re di Cardinia, Stefan, con i suoi capelli di un nero corvino e la carnagione scura, la gente li chiamava gli «occhi del diavolo». Ma in Vasili, con la capigliatura di un biondo dorato e la pelle chiara, erano semplicemente belli, un coronamento della elegante struttura corporea che lo rendeva tanto irresistibile.

«Hai un aspetto spaventoso», fu la prima cosa che la madre gli disse.

Non essendosi preso la briga di passare da casa a cambiarsi prima di farle visita, il giovane indossava ancora una camicia e una giacca comprensibilmente stazzonate. Anche i capelli erano tutti in disordine, dopo che quella notte tante mani ne avevano tastato la morbidezza, ma ogni particolare tutt'altro che impeccabile non faceva che conferirgli un'aria dissoluta che le donne trovavano incredibilmente sensuale.

Il commento della madre lo innervosì immediatamente, poiché era stato pronunciato con un sorriso. Decisamente, c'era qualcosa che non quadrava. Gli occhi stretti in una fessura, chiese sospettoso: «Per quale motivo stai gongolando tutta, madre?»

La donna rise. «Che espressione poco elegante, e per descrivere qualcosa che non farei mai e poi mai, naturalmente.»Poi, con un altro sorriso: «Perché non versi qualcosa da bere per tutti e due?»

Vasili le restituìil sorriso, deciso a stare al gioco, per il momento. «Eccellente idea!»esclamò, soggiungendo poi sottovoce, nel dirigersi verso la credenza che custodiva un ampio assortimento di liquori a beneficio degli ospiti: «Mi par di capire che ne avrò bisogno.»

«Io gradirei un goccio di quell'ottima vodka russa che tengo in serbo soltanto per te», disse lei prima che il giovane cominciasse a versarsi proprio quella bevanda.

A quella richiesta Vasili si immobilizzò immediatamente, accigliandosi. «Ma a te la vodka non piace.»

«Vero», ribattélei con una scrollatina di spalle. «Ma stasera mi pare, come dire... indicata.»

Eccola che sorrideva di nuovo. Dopo averle porto due dita della fortissima acquavite, Vasili tornò a prendersi la bottiglia, che portò con séfino alla sedia di fronte al divano su cui si era accomodata la contessa. Si era riempito due volte il bicchiere, svuotandolo in entrambi i casi, prima di sentirsi sufficientemente rincuorato da dire: «E va bene, madre, sentiamo. Come mai sei tanto disgustosamente elettrizzata?»

«Dovrai partire in settimana per un viaggio in Russia.»

«Ed è questo che ti eccita tanto?»

La donna annuì, letteralmente raggiante. «Proprio così, dato che, con l'occasione, andrai a prendere la tua futura sposa.»

Irrigidendosi all'istante, la sola cosa che Vasili riuscìa pensare per ribattere a quell'allarmante dichiarazione fu: «Io non sono Stefan, madre. Èlui che è dovuto andare personalmente a prendere la sua futura sposa. Si da il caso che io non ne abbia una, grazie al cielo.»

«Adesso sì che ce l'hai.»

Il giovane balzòin piedi torreggiando al di sopra della contessa. Era l'immagine stessa della collera più selvaggia. Non ricordava l'ultima volta che si era tanto seccato con sua madre. Le interferenze nella sua vita privata erano inaccettabili, lei lo sapeva ed aveva sempre rispettato questa regola aurea. Ramanzine e sermoncini potevano andare, ansie e preoccupazioni erano comprensibili, ma una cosa simile? Che diamine le aveva fatto credere che potesse cavarsela impunemente?

«Qualsiasi cosa tu abbia fatto, madre, puoi anche disfarla. Qualsiasi imbarazzo tu debba patire, lo patirai per colpa tua. Non intendo ascoltare una parola di più.»

Incredibilmente, lei stava ancora sorridendo e non lo tenne in sospeso circa il motivo di tanta serafica serenità. «Penso proprio che dovrai ascoltare ancora un paio di paroline in proposito, caro...»

«Madre...» fece per interromperla minaccioso lui.

«... dato che io non ho fatto proprio nulla, e quindi non ho nulla da disfare.»

«Ma è assurdo. Devi per forza...»

«No, non io. Il fatto che tu abbia una sposa in attesa di incontrarti èinteramente opera di tuo padre.»

Adesso che conosceva quell'ulteriore tassello dell'enigma, Vasili cominciò a rilassarsi. Non era tipico della contessa indulgere in scherzi di cattivo gusto, ma evidentemente per tutto c'era una prima volta.

«E come avrebbe potuto combinare questo matrimonio? Dall'oltretomba?»

La contessa inspirò scandalizzata. «Questo potevi anche risparmiartelo, Vasili.»

«E tu potevi risparmiarti questo scherzetto», ribatté lui.

«Uno scherzo? Mi offendi se pensi che possa scherzare su un argomento simile.»

«Ma se è da quattordici anni...»

«So esattamente da quanto tempo è morto tuo padre», lo interruppe lei tagliente, ancora profondamente contrariata. «Ma, secondo la lettera che ho ricevuto, il tuo fidanzamento è stato combinato quindici anni fa, ovvero l'ultima volta che tuo padre è stato in Russia.»

«Ti aspetti che creda che mio padre ha fatto una cosa simile senza informarne te... o me?»

«Non so perchénon me ne abbia mai accennato; certo èche ha combinato questo fidanzamento. Posso solo supporre che confidasse nel fatto di avere tutto il tempo per avvertirci. Dopo tutto, tu eri ancora cosìgiovane all'epoca...»

«Avevo sedici anni, non ero certo un lattante», replicò asciutto Vasili.

Lei proseguì, incurante dell'interruzione: «Ma tuo padre morìl'anno dopo.»

Il giovane adesso sembrava volerla fulminare con lo sguardo. La faccenda si stava facendo decisamente troppo seria per esserne soltanto seccati. «È una menzogna», proruppe con foga. «Non c'è ragione al mondo per cui dovrebbe aver fatto una cosa simile.» Il sorriso era riaffiorato sulle labbra della contessa, a chiaro monito che la risposta che stava per ascoltare non gli sarebbe piaciuta. «Una c'è. La tua promessa sposa èla figlia del piùcaro amico di tuo padre, il barone Rubliov. Persino tu dovresti ricordarti quante volte Simeon ci ha parlato del barone e in che considerazione lo teneva. Ogni anno si recava in Russia a fargli visita per svariati mesi.»

Vasili ricordava benissimo, cosìcome ricordava quanto aveva sofferto per tutto il tempo che il genitore trascorreva lontano da casa. Certo, allorché lui e i suoi amici avevano intrapreso il grand tour d'Europa, esso aveva incluso anche la Russia e la corte imperiale, ed era stato allora che

Vasili aveva constatato personalmente quel che poteva aver attratto suo padre in quelle terre. Le signore di laggiù, quanto meno le nobildonne, erano di costumi incredibilmente promiscui. Non aspettavano nemmeno di essere sposate per prendersi un amante, l'illibatezza non essendo, con tutta evidenza, un valore altamente apprezzato come nel resto del mondo.

«Per quanto mi riguarda, non ho alcuna difficoltàa immaginare tuo padre che firma questo contratto di fidanzamento», proseguìla contessa. «Dopo tutto, qui in Cardinia non c'era nessuno che gli piacesse quanto Constantin Rubliov. Sarebbe stato lietissimo di poter imparentare la propria famiglia con i Rubliov.»

Alla parola «fidanzamento» Vasili cominciava a vedere rosso e a sentirsi in preda al panico. «E Rubliov avrebbe aspettato quindici anni prima di farsi vivo con noi?»

Maria si strinse nelle spalle. «Dal tono della lettera, mi è parso di capire che ci ritenesse già al corrente.»

«Ma perché aspettare quindici anni o... ma sua figlia ha appena finito le scuole? Aspettava forse che lei crescesse?»

«Non ha fatto cenno alla sua età, ma non mi sembra che sia così giovane, dato che, a sentir lui, non aveva fretta di sposarsi, ed è questa la ragione per cui non ci ha scritto prima. Dice anche che aspettava che fossi tu a scrivergli, ma dal momento che non l'hai fatto...»

«Fammi vedere quella maledetta lettera.»

La contessa non dovette lasciare la stanza per recuperare la missiva. Era evidente che si aspettava quella richiesta e in un batter d'occhio estrasse il foglio dalla gonna. Vasili lo spiegòcon impazienza per studiare attentamente l'elegante quanto illeggibile calligrafia. La lettera era in francese. Aveva sperato che fosse stata scritta in russo. Sua madre avrebbe potuto fraintendere la lingua francese perché, anche se la parlavano entrambi correntemente, nessuno dei due la leggeva o scriveva in modo eccellente. Ma praticamente tutti, alla corte di Cardinia, sapevano leggere e scrivere in quella lingua, e inoltre la lettera non lasciava spazio a dubbi di sorta. A dispetto del tono diplomatico, era una esplicita richiesta nei confronti di Vasili affinché onorasse un contratto di fidanzamento in base al quale prometteva di sposare una tale Alexandra Rubliov.

Il giovane appallottolòla lettera e la gettòall'altro capo della stanza, dove rimbalzò contro un vaso di fiori rotolando sul pavimento. Aveva una gran voglia di schiacciarla sul tappeto col tacco dello stivale. Invece andòa prendere la bottiglia di vodka che aveva lasciato accanto alla sedia

portandosela alle labbra, incurante del fatto che la madre potesse giudicare quel gesto da ubriacone come il colmo della volgarità. La contessa in effetti manifestòsbuffando la propria disapprovazione, ma questo non impedì al figlio di prosciugare metà del contenuto della bottiglia prima di voltarsi verso di lei con un inchino beffardo.

In un tono di noncuranza, come se non stesse ribollendo di rabbia, disse: «Rispondi alla lettera, madre. Puoi dirgli che mi sono già sposato. Oppure che sono morto. Non mi importa quel che gli dirai, purché capisca che non posso sposare sua figlia.»

Irrigidendosi all'istante, la contessa serrò le labbra pronta a dare battaglia. «Certo che puoi.»

«Ma non lo farò.»

Prima che la bottiglia raggiungesse di nuovo le labbra del figlio, la donna proseguì: «E invece lo farai.»

«No!»

Entrambi si sorpresero, a quel rifiuto urlato. Per quanto irritato, Vasili non alzava mai la voce quando parlava con la madre, o almeno non l'aveva mai fatto fino a quel momento. Ma adesso era in collera, provava una rabbia furibonda derivante dalla sensazione che una botola stesse per chiudersi definitivamente sopra la sua testa.

Abbassando la voce, ma con la medesima enfasi, aggiunse: «Quando saròpronto a sposarmi, lo farò, ma saràuna mia decisione e una mia scelta.»

Avrebbe voluto che questo chiudesse l'argomento. Avrebbe dovuto chiuderlo, in effetti. Fece per uscire dalla stanza portando con séla bottiglia di vodka. Ma non andò molto lontano prima che le parole della madre lo trafiggessero alla schiena come frammenti di vetro, facendolo sanguinare.

«Nemmeno tu, mascalzone che non sei altro, oserai disonorare il nome di tuo padre.»

4.

Tanya sollevò leggermente il velo, abbastanza da poter vellicare con la lingua il piatto capezzolo che aveva denudato sul petto del marito. Stefan gemette e fece per toccarla, ma la donna lo ammonì muta e le mani di lui tornarono a stringersi dietro lo schienale della dormeuse su cui giaceva.

Non poter toccare sua moglie lo stava facendo impazzire, soprattutto perché lei, a cavalcioni del suo inguine, non subiva tale restrizione. Ma i due avevano fatto un patto. La giovane avrebbe danzato per lo sposo a condizione che lui giurasse di controllare le proprie reazioni. Stefan aveva giurato e lei aveva già eseguito la sua danza, ma adesso il giovane re stava patendo le pene dell'inferno per riuscire a tener fede alla parola data, mentre la sua piccola strega aveva deciso di stuzzicarlo un po' approfittando della situazione.

La notte in cui si erano incontrati la prima volta, in una taverna del Mississippi, lei aveva ballato la provocante danza del ventre - o quanto meno una sua versione personalizzata - davanti a un branco di clienti assatanati. Convinto di poterla comprare per pochi soldi, Stefan si era apprestato a farlo, ignaro, al pari di Tanya, che era proprio lei la principessa di cui si erano perse le tracce e che lui aveva la missione di rintracciare e riportare a casa. La sposa cui era stato promesso sin dalla nascita.

Già una volta Tanya aveva ballato solo per lui, su sua esplicita richiesta, non molto tempo dopo il loro matrimonio. Il suo costume da danzatrice, sensuale ancorché casto, era rimasto in America, quindi la giovane aveva indossato al suo posto uno dei suoi négligé di raso. La reazione di Stefan era stata inaspettata, il suo desiderio si era talmente infiammato che avevano fatto l'amore in modo incredibilmente appassionato, ma anche violento.

Tanya però non si era lagnata in quell'occasione. Anzi, aveva riso, felice all'idea di potergli fare perdere a tal punto il controllo. Le amanti del principe erano solite lamentarsi se capitava che i loro corpi rimanessero segnati dal minimo livido; la passione della sua Tanya, invece, era sempre pari alla sua e il solo fatto che avesse creato un nuovo costume da ballo, concepito allo scopo di scatenare gli istinti piùanimaleschi in un uomo tendenzialmente lussurioso quale Stefan, dimostrava che le piaceva provocarlo.

La promessa su cui aveva insistito, tuttavia, non aveva nulla a che fare con simili gusti e molto a che vedere invece con la sua nuova condizione, da poco confermata. Per la gioia dell'intero regno, la regina recava già in sé il nuovo erede al trono, e prendeva come oro colato tutte le prescrizioni dei medici di corte. Tutto ciòcomportava per Stefan l'impossibilitàdi perdere il controllo e l'obbligo di fare promesse che poi trovava difficile mantenere.

«Sai che un giorno mi vendicheròper quello che mi stai facendo passare.» Cercò di parlare in tono casuale, ma non c'era nulla di casuale in quello che provava.

Tanya levòla testa e lui intravide un sorriso al di sotto del velo trasparente di un verde pallido che s'intonava con i suoi occhi. «E come?» «Conosco un mercante che vende belle funi di seta.»

«Vuoi dire che mi legheresti e mi faresti quello che ti sto facendo io adesso?» C'era una chiara nota di interesse nella domanda.

«Ci sto seriamente pensando»rispose Stefan a metàtra il ringhio e il gemito.

Adesso il sorriso di lei aveva qualcosa di malizioso. «Fammelo sapere, quando ti sarai deciso.»

Poi la giovane chinò nuovamente il capo e indietreggiò in modo da poter percorrere con la lingua il centro del suo torace, fino all'ombelico. Stefan trattenne il respiro sollevando involontariamente l'inguine e facendola quasi cadere.

«Tanya... non... non ce la faccio più», ansimò.

Lei si impietosì all'istante. «Allora basta», disse dolcemente.

Si sedette per togliersi il doppio velo che le celava la parte inferiore del viso e i lunghi capelli neri. La casacca trasparente del suo costume lasciava intravedere segreti irresistibili. Stefan avrebbe voluto strappargliela di dosso, avrebbe voluto baciarla tutta. Ma la promessa fatta glielo impediva. Era completamente alla sua mercé. Per fortuna la cosa non lo preoccupava minimamente.

Con un sorriso che prometteva un'estasi imminente, Tanya si allungò per slacciargli i pantaloni. Ma le sue dita si immobilizzarono non appena udì il trambusto fuori della porta: prima un vociare indistinto, poi un rumore di zuffa e infine un tonfo sordo.

«Ma che cosa...?» fece Stefan, ma la domanda appena accennata trovòimmediata risposta nella porta che veniva spalancata lasciando passare il cugino che entrò come un fulmine.

Con un grido soffocato, Tanya rotolòvia da Stefan accovacciandosi al suolo e nascondendosi come poteva intanto che recuperava la vestaglia dalla dormeuse dove l'aveva appoggiata prima della danza. Gettatasela sulle spalle, la giovane lanciò uno sguardo torvo in direzione dell'intruso, al di sopra del torace del marito.

Vasili non se ne accorse, dato che non li aveva ancora localizzati: la camera da letto reale era talmente vasta che la stava ancora attraversando

mentre parlava senza rivolgersi a nessuno in particolare. «Stefan, sono desolato di doverti disturbare a quest'ora, ma ho un problema che mi ha sconvolto al punto che temo di poter ammazzare qualcuno se non trovo una soluzione.»

«Non avrai cominciato con la mia guardia?»

Vasili si volse in direzione del suono asciutto della voce del cugino. «Come? No, certo che no. L'ho solo messa al tappeto. Quel maledetto idiota si rifiutava di farmi passare.»

«Forse perchénon desideravo essere disturbato, e avevo le mie buone ragioni.»

Tanya raggiunse Stefan sulla dormeuse mentre lui si rizzava a sedere, circondandola con un braccio e tirandosela vicino. Il loro aspetto discinto chiariva quali fossero le «ragioni» cui aveva accennato il sovrano.

Ma Vasili si limitò a ripetere: «Mi dispiace, ma non potevo assolutamente aspettare, Stefan. Èpeggio che un incubo. Ètalmente assurdo che non ci crederai. Io stesso stento a crederci.»

«Credi che sia ubriaco?» bisbigliò Tanya all'orecchio del marito.

«Ssstt», le intimò lui. Poi, a Vasili: «Suppongo che tu abbia parlato con tua madre.»

«Eh già, ma se avessi avuto anche solo il minimo sospetto di quello che stava per rivelarmi - con estremo piacere, tengo a precisare - a quest'ora sarei giàa metàstrada verso il confine, sparito per sempre, e non mi avreste piùrivisto. Ma a te l'aveva detto? Allora aiutami, Stefan, se lo sapevi e non mi hai avvertito...»

«Sai che non lo farei mai.»

Vasili gli credeva e per la terza volta si scusò. «Mi spiace. Non riesco piùa ragionare, la mia vita rischia di essere rovinata per sempre se non succede qualche miracolo che possa cambiare le cose.»

«Sarebbe carino se mi spiegassi di che cosa stai farneticando.»

Vasili ammutolì, sbalordito. «Non te l'ho detto?»Prima che Stefan potesse rispondere proseguì: «Ho appena saputo che quindici anni fa mio padre ha sottoscritto un contratto di fidanzamento a mio nome. Un contratto di fidanzamento, capisci?! Mia madre ne era all'oscuro. La ragazza e suo padre erano gli unici a saperlo e soltanto adesso, quando lei èapparentemente pronta a sposarsi, si sono degnati di scriverci per informarcene.»

«Chi è la ragazza?»

«È tutto quello che hai da dire?» gridò Vasili agitato. «Che cosa diavolo importa chi è la ragazza quando non ho alcuna intenzione di sposarla?»

«Sapevi bene che prima o poi avresti dovuto prender moglie»ribattéStefan in tono ragionevole.

«Non per un'altra decina d'anni almeno, e comunque non èquesto il punto. Tutt'a un tratto mi ritrovo con una promessa sposa che non ho nemmeno mai visto, e non dirmi che anche tu hai dovuto affrontare la medesima spaventosa circostanza perché tu sei cresciuto sapendo del tuo fidanzamento, mentre io sono cresciuto nella convinzione che la scelta sarebbe dipesa da me.»

«Viste le splendide conseguenze del mio fidanzamento, non puoi aspettarti che provi molta solidarietà nei tuoi confronti, cugino.»

«Al diavolo!»scattòVasili. «Ti prego di ricordare come ti sentivi tu prima di incontrare la tua deliziosa mogliettina.»

Con una stretta affettuosa alla suddetta mogliettina, per rassicurarla sul fatto che ciòsi riferiva al passato e non piùall'oggi, Stefan disse: «Touché.»

«Senza contare che gli eredi al trono di rado hanno scelta in merito a chi dovranno sposare», continuò Vasili, accalorato, «mentre io sono soltanto il cugino del re. Nessuno ha il minimo interesse nello stabilire chi debba essere la mia promessa sposa, a parte il sottoscritto, e io so maledettamente bene che non avrei mai scelto una russa.»

«Allora è russa?» esclamò sorpreso Stefan.

«Una baronessa russa, e tu sai bene quanto siano promiscue quelle signore. Con ogni probabilitàquesta qui ha giàavuto una dozzina di amanti, e non mi sorprenderei affatto se avessero deciso cosìall'improvviso di farmi onorare la promessa di matrimonio perchési èritrovata incinta.»

«Allora spera che sia così e aspetta a sposarla finché non l'avrai portata qui», suggerì Stefan. «Per allora saprai con certezza se aspetta un bambino, il che ti offrirà la motivazione legittima per rompere il fidanzamento.»

Il sollievo di Vasili non duròabbastanza a lungo da permettergli di godersi il sorriso che aveva appena accennato. «Non posso basarmi su questa supposizione e finire poi incastrato se non dovesse rivelarsi esatta. Preferirei non andare per niente in Russia, il che mi riporta al motivo per cui sono qui. Ti sei trovato tu stesso di fronte a questo dilemma, Stefan. Che idee ti erano venute in mente per scioglierti dal fidanzamento?»

«E ti aspetti che ti risponda adesso?»

Vasili guardò per la prima volta Tanya. «Ti spiacerebbe...?»

«Neanche per sogno!»

Il giovane le rivolse uno sguardo arcigno che lei ignorò. La regina si chiedeva come avrebbe reagito se fosse scoppiata a ridere, il che era precisamente quello che aveva voglia di fare: non le importava un bel niente del problema di Vasili. Ma Stefan non avrebbe gradito il suo divertimento a spese del cugino, quindi si limitòad ascoltarli discutere alcune possibilità che entrambi giunsero alla conclusione di scartare. Vasili appariva sempre più sconvolto.

Tanya trovava il marito eccezionalmente bello, ma di una bellezza diversa da quella del cugino. Quest'ultimo era bello da togliere il respiro, bello come nessun altro. Ma non lo aveva mai visto cosìturbato nétantomeno così furibondo. E non aveva mai visto i suoi occhi ardere come quelli di Stefan. Adesso misurava la stanza a lunghe falcate, simile a una belva in cerca della preda, uno splendido leone fulvo in gabbia, dorato e furioso.

Era uno spettacolo vedere quel metro e ottantatré di grazia virile rivelare improvvisamente questo lato volubile, quasi selvaggio, di una natura altrimenti stoica. Del quartetto di uomini cresciuti insieme e rimasti amici per la pelle, Vasili era quello che attaccava verbalmente con letale accuratezza piuttosto che con forza bruta. Ma ovviamente era capace di violenza quanto il resto del quartetto.

Una volta le era stato detto che era lui l'uomo che avrebbe dovuto sposare. Era stato Stefan a decidere di darle quell'informazione, poichédesiderava che lei li seguisse in Cardinia senza opporre resistenza e aveva pensato che, come qualsiasi altra donna, lei gli avrebbe preferito Vasili. Ma quest'ultimo l'aveva insultata sin dall'inizio, ritenendola una prostituta da taverna, e lei lo aveva odiato per questo e per il disprezzo che le aveva manifestato. Inoltre, pur con tutte le sue cicatrici e i suoi «occhi diabolici», era stato Stefan quello da cui si era sentita subito attratta, sin dalla notte del loro primo incontro, non da quell'Adone dorato ed esageratamente bello.

«Che cosa intendi fare?» chiese finalmente Stefan al cugino.

«Non lo so.»

«Sì che lo sai», insistette pacato il sovrano.

«Già», sospiròVasili. «Ma non ci saràalcun matrimonio, se riesco a impedirlo. Uno dei due, la ragazza o suo padre, sarà costretto ad annullare questo ridicolo contratto, a costo di fargli vedere come sono veramente.»

«Come sei veramente?»Tanya fu sul punto di soffocare. «Vuoi dire come puoi essere quando non vuoi che la gente ti ami.»

Dato che parlava per esperienza, Vasili fu costretto a darle ragione. «Se lo dite voi, Vostra Maestà.»

Fu la volta di Tanya di fulminarlo con un'occhiata torva. Stefan trattenne una risata e disse: «Vai a casa, Vasili. Una buona notte di sonno ti faràvedere la situazione in una luce meno funesta. Dopo tutto, anche nel caso in cui tu debba sposare quella ragazza, non sei costretto a...»

«Un accidente che non è costretto!» lo interruppe indignata Tanya.

«Te l'avevo detto che sarebbe pronta a imporre la fedeltàper decreto regio», ringhiò Vasili uscendo rumorosamente dalla stanza.

La giovane attese a malapena che la porta si fosse richiusa alle sue spalle prima di aggiungere: «Oh, Dio, quanto ci godo! Il pavone sta finalmente per essere spennato.»

«Credevo che avessi perdonato Vasili per il modo in cui ti aveva trattato durante il viaggio in Cardinia.»

«Ma l'ho fatto», lo rassicuròlei. «Mi rendo perfettamente conto che cercava soltanto di impedirmi di innamorarmi di lui. Ma avrebbe dovuto capire subito che non c'era pericolo, invece di comportarsi come un perfetto somaro per tutto il viaggio. Peròresta pur sempre un pavone, e non so dirti quanto ho sperato che un giorno o l'altro qualcuno gli facesse abbassare la cresta, anche se spero che sia una fanciulla capace di suscitare il suo interesse. Il problema di Vasili è che le donne non sanno dirgli di no. Non aspettano nemmeno di conoscerlo, s'invaghiscono all'istante di quel suo bel viso. Figurati come puòaverlo rovinato, tutto ciò. Non c'èda stupirsi che sia cosìintollerabilmente arrogante. Non passa giorno che qualcuna non cerchi di sedurlo.»

Stefan rise alla sua espressione disgustata. «Ti sorprenderesti, mia cara, nel sapere quanto Vasili lo trovi seccante.»

Lei sbuffò. «Oh, certo, almeno tanto quanto io detesto essere incinta.»

Dal momento che era assolutamente elettrizzata all'idea di diventare madre e tutti ne erano al corrente, questo era un modo per liquidare sarcasticamente il commento del marito. «Ma èvero», insistette lui, gli occhi dorati scintillanti di malizia. «Dopo tutto c'è un limite a quanto un uomo può fare in un giorno.»

Adesso Tanya non riuscì a controllare il proprio sarcasmo. «Ah, questo spiega tutto. Vasili si secca quando non èin grado di soddisfare tutte le donne che reclamano i suoi favori. Non so dirti quanto mi spiace per lui.

Sono probabilmente l'unica donna che abbia mai incontrato che lo abbia sinceramente, seriamente, detestato, ma non conta, dato che era proprio questa la reazione che lui intendeva provocare. Eppure sono davvero convinta che gli farebbe un mondo di bene incontrare una donna che lo ignori. Sfortunatamente, dubito che avremo mai l'occasione di assistere a un simile evento.»

«E poi dici di averlo perdonato?»

La giovane sospirò. «Mi spiace, Stefan. Immagino di fare ancora fatica a separare il Vasili che ho incontrato la prima volta dal Vasili che conosco adesso. So bene che di solito èaffascinante, so anche che puòessere terribilmente dolce, a volte e, naturalmente, so anche quanta sia la sua lealtà nei tuoi confronti, e gli voglio bene per questo. Ma l'arroganza e la condiscendenza, l'irrisione e il disprezzo non me li sono certo inventati. Sono tratti che fanno parte del suo carattere, anche se, devo ammetterlo, non nella misura in cui li ho conosciuti i primi tempi.»

«Vada per l'arroganza, ma il resto non te lo concedo», ribatté lealmente Stefan.

Tanya fece per controbattere, ma il sopracciglio inarcato del marito la fermò. Vasili, dopo tutto, non soltanto era il suo unico cugino, ma gli era sempre stato vicino e affezionato come un fratello.

«Va bene, va bene», si arrese a questo punto. «Ma se lo può sognare che quella russa decida di annullare il fidanzamento, e tu lo sai bene. Si innamoreràimmediatamente di Vasili e, per quanto sgradevole cerchi di apparire lui, alla fine non farà alcuna differenza. Le spezzerà il cuore, ma lei continueràa volerlo tutto per sé.»Quindi, sospirando, concluse: «Quella povera ragazza mi fa pena, sul serio.»

5.

Due mesi dopo, la giovane che Tanya aveva compatito era ancora felicemente ignara di avere un promesso sposo e dell'imminente arrivo di questi.

Anna era in compagnia di Constantin allorché Bohdan recò la notizia che il conte Petroff era a poche ore di distanza. Il barone Rubliov aveva appostato numerosi uomini lungo le strade che conducevano alla tenuta allo scopo di essere prontamente avvertito per non rischiare di essere colto di sorpresa e perché, nonostante le insistenze di Anna, si era ridotto all'ultimo momento per informare la figlia delle nozze imminenti.

«Certo che se l'è presa alquanto comoda per arrivare fin qui», non potéfare a meno di borbottare. «La lettera in cui la contessa mi informava dell'arrivo del figlio mi è stata recapitata più di un mese fa. E lui avrebbe dovuto seguirla dappresso.»

«E questo che cosa ti fa supporre?»chiese Anna, ricevendo per tutta risposta un'occhiataccia. «Vuol dire esattamente che non ha alcuna voglia di sposarsi.»

Constantin era nervoso, estremamente nervoso, non soltanto perchéil conte Petroff era finalmente in procinto di arrivare, ma perchédoveva ancora informare Alexandra del fidanzamento.

Anna gli lesse nel pensiero. «Quando hai intenzione di dirglielo? Dopo che sarà arrivato?»

«Non credi che potrebbe essere una buona mossa lasciare che si incontrino senza che lei sappia chi è?»

«Sei impazzito? Così quando lui farà cenno al contratto di fidanzamento lei gli riderà in faccia e questo sarà uno splendido inizio, vero?»

Il barone si accigliòancora di più. Anna non aveva fatto altro che tormentarlo a proposito della sua decisione, sin dal primo momento in cui l'aveva informata. Paradossalmente, piùlei rinfocolava il suo senso di colpa, più lui si intestardiva.

Adesso, nel vedere che Constantin non accennava a chiamare Alexandra per darle la notizia, Anna sospirò esasperata. «Per lo meno dalle il tempo di cambiarsi d'abito, o preferisci forse che la veda in pantaloni?»

Aveva ragione, non sarebbe stato affatto opportuno e lui non ci aveva nemmeno pensato. Ad Alexandra ci sarebbe voluta almeno un'ora per lavarsi via il puzzo di stalla e per farsi bella, senza contare che la discussione che avrebbe preceduto tutto ciòsarebbe potuta durare all'infinito. Non aveva neanche preso in considerazione l'ipotesi che si potesse evitare una discussione. Conosceva troppo bene sua figlia.

Uscìimmediatamente dalla sala da pranzo, dove aveva fatto colazione con Anna, e mandòun cameriere alle scuderie, prima di ritirarsi nello studio ad aspettare.

Anna fece capolino dalla porta e, a dispetto dei contrasti che avevano avuto sull'argomento, gli rivolse un sorriso affettuoso augurandogli: «Buona fortuna, caro.»

Parte della tensione che lo attanagliava svanìall'istante. Era un uomo davvero fortunato, quando ci pensava, con tre figli in buona salute, una nidiata di nipoti... e Anna.

«Ora che c'èla possibilitàdi avere questa casa tutta per noi, vuoi sposarmi?»

Il sorriso della donna si allargò leggermente. «No.»

Constantin ridacchiò mentre lei si allontanava verso un'altra parte della casa. Un giorno non lontano lo avrebbe sorpreso dandogli la risposta che desiderava. Nel frattempo, non era affatto spiacevole fare la parte dell'amante invece che del marito.

Alcuni minuti dopo, Alexandra entrò nello studio a passo di carica, con la solita prorompente energia. «Non ci vorràmolto, vero? Devo far allenare Principe Mischa.» Si riferiva a uno dei suoi stalloni, uno dei suoi «bambini», come era solita chiamare tutti i discendenti della sua dotazione personale di cavalli.

«Forse oggi è meglio che affidi a uno dei Razin il compito di fargli fare esercizio.»

La giovane inarcòun sopracciglio finemente disegnato. «Ci vorràtanto?»

«È probabile.»

Toltasi il cappello e infilatoselo nella tasca del cappotto, Alexandra si lasciò cadere con un sospiro sulla sedia di fronte alla scrivania. «E va bene. Che cosa ho fatto stavolta?»

«Quello che potresti fare è mostrarmi che sai stare seduta come una vera signora invece che come...»

«È così grave che senti il bisogno di tergiversare?» chiese lei fingendosi sorpresa. Constantin si accigliò; quando Alexandra non aveva voglia di fare qualcosa non usava mezzi termini pur di far capire all'interlocutore di turno che stava perdendo il suo tempo. Il barone decise quindi di seguire il suo esempio venendo al punto.

«Non hai fatto niente di male, Alexandra, ma quello che farai, invece, sarà di sposarti, forse addirittura nei prossimi giorni. Il tuo promesso sposo sarà qui tra meno di un paio d'ore e ti sarei grato se ti presentassi al suo cospetto al meglio di te...»

«Puoi anche fermarti qui, papà. Qualsiasi cosa tu abbia promesso a quest'uomo perchéacconsenta a sposarmi, ti consiglio di darglielo direttamente prima di rispedirlo da dove è venuto. Non ho cambiato idea dall'ultima volta che abbiamo fatto questo discorso.»

Non aveva alzato la voce e non sembrava minimamente seccata. Era chiaro che non aveva afferrato appieno il significato di quanto le aveva detto.

Il barone non aveva l'abitudine di mentire a sua figlia - non ricordava nemmeno l'ultima volta che era accaduto - e il fatto che adesso stava per farlo lo fece arrossire. Per fortuna, la giovane fraintese il rossore del padre, interpretandolo come una manifestazione della sua abituale irascibilità.

«Questo non ha niente a che vedere con la nostra ultima discussione circa il matrimonio. Questa volta si tratta di un contratto di fidanzamento siglato quindici anni fa dal sottoscritto e da Simeon Petroff, prima che questi morisse. Ed èun contratto vincolante, Alexandra. Stabilisce che devi sposare il figlio di Simeon, il conte Vasili Petroff.»

La giovane balzò in piedi e si chinò sulla scrivania, il volto imporporato quanto quello del padre ma, nel suo caso, non c'era alcun dubbio che si trattava di collera. «Dimmi che stai mentendo!» Quando il barone scosse il capo, esitante, Alexandra urlòdi rabbia. «Sì, che stai mentendo! Lo so! Non puoi venirmi a dire che da quindici anni ho un promesso sposo e che tu non ti sei mai degnato di informarmene prima d'ora. Non ha senso. Me lo avresti gettato in faccia quando ti ho detto che volevo aspettare la proposta di matrimonio di Christopher. Non avresti lasciato che l'aspettassi per sette anni se davvero ero promessa a qualcun altro. E che cosa mi dici di tutti quegli altri uomini che speravi riuscissero a suscitare il mio interesse?»

«Se ti calmi un attimo, posso spiegarti tutto.»

Alexandra non si sedette né si calmò, ma tenne a freno la lingua, impresa tutt'altro che facile quando tutto quel che voleva fare era mettersi a urlare. Constantin era consapevole di tutto ciò, ma aveva avuto tutto il tempo di escogitare una spiegazione ragionevole per il presunto «silenzio»di tutti quegli anni.

«Non posso negare il mio desiderio di vederti sposata al figlio di Simeon, proprio come lo desiderava lui. Era il mio più caro amico, come ben sai. E tu allora eri così giovane, così... docile. Non c'era modo di prevedere che, crescendo, saresti diventata cosìvolitiva e determinata, cosìpolemica e ostinata...»

«Ho capito perfettamente, papà, non c'è bisogno di insistere», ringhiò lei. Lui si schiarìla gola prima di continuare. «L'anno che hai fatto il tuo debutto in societàho capito che ti saresti impuntata se qualcuno avesse cercato di importi un marito. Perciò, preoccupato più per la tua felicità che per il mio onore, decisi di lasciarti il tempo di fare la tua scelta... sperando che il conte Petroff si comportasse in modo disonorevole sposando qualcun'altra e rompendo con ciò il fidanzamento.»

«E se io avessi sposato qualcun altro?»

Il barone era preparato a quella domanda. «In primo luogo, devi sapere che il giovane Vasili non mi ha mai scritto, il che mi aveva indotto a chiedermi se Simeon avesse trovato il tempo di informare la famiglia del fidanzamento, prima di passare a miglior vita. Era una possibilità alquanto remota, ma avevo cominciato a contarci, soprattutto quando hai mostrato un tale interesse per quell'inglese.»

«Contarci?! Ma se non hai mai potuto soffrire Chistopher?!»

«Ma se ti avesse resa felice...»

«Lascia stare...»lo interruppe spazientita lei. «Se la famiglia del tuo amico non lo sapeva...»

«Non ho detto questo», interloquì il barone, «ho soltanto detto che era una possibilità. Ma, nell'un caso come nell'altro, se tu avessi accettato la proposta di qualcun altro, avrei dovuto scrivere a Vasili Petroff per informarlo, ed ero pienamente preparato a implorarlo affinché rinunciasse a ogni diritto su di te.»

Quando Constantin aveva provato il suo discorsetto nel segreto della sua mente, gli era parso che la parola «implorare» fosse una trovata brillante, fatta apposta per lasciarle credere che era sempre stato schierato dalla sua parte, in quella faccenda, prima che lei si comportasse in modo del tutto irragionevole rifiutandosi di sposarsi. Ma l'espressione di Alexandra diceva chiaramente che non poteva importargliene di meno.

«E allora, quando ti ha scritto?»

Temeva quella domanda, aveva sperato che lei non gliela rivolgesse. Adesso tutta la sua rabbia gli sarebbe piovuta addosso perché non poteva mentirle su questo punto, quando la veritàpoteva tranquillamente venir fuori dal conte Petroff. «Non l'ha fatto.»

«Sei stato tu?!»

«Non mi hai dato altra scelta», si difese lui. «Hai venticinque anni compiuti e nessun marito in vista. Se avessi fatto anche il minimo sforzo per cambiare le cose...»

«Io non ho bisogno di un marito!»

«Ogni donna ne ha bisogno!»

«E chi lo dice?»

«Dio, nella Sua infinita saggezza...»

«Intendi dire Constantin Rubliov nella sua!»

Adesso tornavano a galla le recriminazioni di sempre, un terreno che il barone trovava molto più familiare. «Hai bisogno di un marito che ti dia dei bambini.»

«Non voglio avere dei bambini!»

Era una bugia talmente grossa che l'uomo dovette farglielo notare, anche se la sua voce si addolcì in un sussurro quando disse: «Lo sai che non èvero, Alex.»

Nella sua rabbia furibonda, Alexandra era sull'orlo delle lacrime... o quanto meno cercava di convincersi che era la collera a sconvolgerla a tal punto e non il fatto di non avere figli e di aver ormai superato da tempo l'etàda marito. In momenti come questo, odiava nel vero senso della parola l'uomo che aveva giurato di aspettare. Anche se Christopher continuava a scriverle di frequente da quando aveva lasciato la Russia, tre anni prima, in nessuna delle sue lettere aveva fatto cenno alla tanto agognata proposta di matrimonio.

Era quasi arrivata al punto di rinunciare a lui, anche se non l'aveva ancora detto a suo padre. Era ovvio che avrebbe dovuto farlo. Paradossalmente, quel fidanzamento segreto le aveva fatto cambiare idea. Ma, quand'anche non fosse stata innamorata di nessun altro, non avrebbe mai accettato di sposare un perfetto sconosciuto. I matrimoni combinati erano un costume arcaico: che suo padre ne avesse concluso uno per lei era non soltanto intollerabile, ma anche oltraggioso.

Si sforzò di controllarsi, riuscendovi solo in parte. «Quando quell'uomo arriverà, "imploralo", come hai detto che avresti fatto, e sbarazzatene al più presto. Puoi anche dargli Orgoglio di Sultano per risarcirlo del disturbo che si è preso nel venire fin qui.»

Era riuscita a sbalordirlo. «Saresti davvero disposta a cedergli il migliore dei tuoi stalloni?»

«Cominci a capire che non voglio saperne di sposare un estraneo?»ribattélei, parlando a fatica a causa del nodo che le stringeva la gola. Aveva allevato quello stallone da quando era un puledrino e gli era affezionatissima.

«Non saràpiùun estraneo una volta che l'avrai conosciuto. Per l'amor del cielo, Alexandra, il figlio di Simeon è il primo cugino del re Stefan di Cardinia. Ti rendi conto di che buon partito si tratta?»

«E dovrebbe importarmene qualcosa?»

Il barone si alzòin piedi fronteggiandola esasperato al di sopra della scrivania. «Proprio così, e comunque importa al sottoscritto. D'altra parte,

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